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La Puglia neorealista di Giuseppe Palumbo

24 maggio 2019

La Puglia neorealista di Giuseppe Palumbo

di Cecilia Mangini


Sulle piazze del Salento bisognerebbe innalzare un monumento a Giuseppe Palumbo, così come ce lo tramanda una sua fotografia, così elegante in giacca doppio petto a tre bottoni, la cravatta e il Borsellino, le mani appoggiate sul manubrio di una leggendaria bicicletta fin de siècle. È tutto solo in una campagna dirupata, le erbacce sono alte tra le rocce, lui ha lo sguardo indagatore fisso verso l’orizzonte. Chi era costui per meritarsi un monumento? 

In realtà Palumbo ha anticipato tutti: antropologo prima di Paolo Mantegazza, etnologo prima di de Martino, turista per avere scelto la cittadinanza del mondo intero e non sentirsi stretto dentro i confini della propria residenza.

Soprattutto è stato un fotografo famoso non perché si spostasse in bicicletta per sentieri, per tratturi e rocce che affioravano qua e là: per il Salento si muoveva anche in treno, in calesse e in automobile, tanto grande era la passione sua di fotografare la realtà. La sua foto in bicicletta è un selfie ante litteram ed è talmente affascinante da indurci a credere che amasse la terra il cielo gli alberi e le dune salentine di cui si sentiva un alter ego.

Nelle sue fotografie ecco la Puglia raccontata con passione neorealista e  per questo è anche una denuncia della ingiustizia della società divisa in classi e dello sfruttamento del lavoro minorile. Il suo realismo è la testimonianza accusatoria per il Sud ridotto a povera colonia del Nord industriale e progredito. I suoi braccianti hanno dai settanta ai sette anni, non portano le scarpe, i loro piedi sono nudi e sporchi, i calzoni sono rattoppati, sono felici di sfamarsi a pane aglio e pomodoro, per undici mesi aspettano i fichi di settembre, l’unica dolcezza che possono assaggiare. Bambini che mai andranno a scuola e donne che mai ci sono andate infilano le foglie di tabacco per l’essiccamento; vecchie ingobbite per il gran lavoro filano la lana per fare i pesantissimi maglioni a punto dritto, unica difesa contro i rigori dell’inverno. Ma non basta, Palumbo diventa un rabdomante, la sua macchina fotografica è la forcella che lo guida a scattare l’istantanea al dolmen “Placa”  che ancora non si sapeva fosse un dolmen; non basta ancora, è affascinato da un palo di roccia, alto, squadrato e conficcato in terra, lui lo battezza pietrafitta “Ala”, nientemeno si tratta di un menhir, struttura sacra ad alta protezione magica.

Giuseppe Palumbo nasce nel 1889, muore a settant’anni nel 1959. 

Cade nel dimenticatoio.

Nel 2017 Big Sur, Cinema del reale ed Errata Corrige pubblicano in Visioni del Sud le sue fotografie e ne organizzano le mostre alla Torre Matta di Otranto e al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma.

 

SUONI E VISIONI DEL SUD

Un percorso esperienziale di Regione Puglia rivolto a giornalisti, blogger, influencer e comunicatori, che è tenuto a Corigliano d’Otranto in provincia di Lecce (Puglia) in occasione della Fiera di San Giorgio, una vera e propria fiera paesana in cui avviene l'incontro tra cultura popolare e tradizione religiosa. Il tour è stato l'occasione per conoscere l’archivio fotografico e i luoghi di Giuseppe Palumbo, il fotografo in bicicletta che ha raccontato il Salento dal 1097 al 1959 e le cui immagini faranno parte di un allestimento all’interno del progetto ‘Il Castello Volante’, laboratorio multidisciplinare aperto al territorio che mette in dialogo storia, architettura, fotografia, scrittura, creazioni musicali, cibo e artigianato riletti in chiave contemporanea.

VisionidelSud.it

 

 

Foto dall'Archivio Fotografico Palumbo n°964
La pietrafitta "Aia" che era sul quadrivio Lizzanello-Calimera
Castrì di Lecce, 1913-1914

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