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In equilibrio sul mondo

20 luglio 2013

In equilibrio sul mondo

di Antonella Gaeta


Ecco, da qualche giorno questo Brecht mi intaglia come un coltellino. Lascio fare, perché deve. Chi fa documentario mediamente si insozza, si espone, modifica il dondolio di una foglia del mondo, trasforma il mondo. Amo il cinema documentario e chi lo fa.  

Sono in rete e, nel giro di un pugno di minuti, risultano essere morti Nelson Mandela e Paolo Villaggio. Piovono “r.i.p.” per Madiba che però, mentre scrivo, è ancora vivo e ancor più vivo è Villaggio. In pochi secondi la coppia vero/falso fa il suo ballo e noi al massimo abbiamo fatto il tip tap sulla tastiera. Come si trasforma la nostra percezione, quale genere di accelerata sta prendendo quando si trova sotto una pioggia di realtà spray, modificate, trasformate, velocizzate, ritirate, polverizzate? Che sguardo sommario dis-umano è diventato il nostro davanti alla mostrificazione della “realtà colta sul fatto”, quando Vertov neanche immaginava che chiunque avrebbe avuto in ogni minuto secondo della sua vita a disposizione un personale video occhio, filmante h24? Per questo abbiamo ancora più bisogno del cinema del reale. Da qualche anno a questa parte, abbiamo disperatamente voglia di guardare il lavoro di gente che si è presa il tempo, è stata mesi, forse anni su una verità, su una delle possibili verità, su persone, fatti, accadimenti, strade, rovine, bordi, intuizioni, violazioni. Cerchiamo la scintilla di vita bruciante che porta con sé un film necessario, che toglie il sonno a chi lo fa, lo fa svegliare (e con se stesso, sveglia gli altri) e lo fa lanciare spesso senza rete. 

Mi sia concesso, dunque, solo per oggi, chiamare acrobata (se preferiamo, equilibrista, date le enormi difficoltà produttive) l’autore di film documentari. Il motivo è semplice, sto leggendo un commento di Gabriele Romagnoli al tragico volo di un’artista del Cirque du Soleil che si intitola “In morte di un acrobata, il sovversivo dell’arte”. Scrive (e trovo affinità): “Il suo traguardo è all’altro capo del filo o dell’esistenza e nel momento in cui muove il primo passo accetta ogni possibilità come un dono. Oppure cambia lavoro: non ci sono scrivanie sospese a metri da terra”. 

Werner Herzog realizza, nel 1971, Paese del silenzio e dell’oscurità (curiosamente, coerentemente contrastivo nei suoi elementi Paese, Silenzio, Oscurità con il tema di questa edizione di “Cinema del reale” ovvero Sogni, Musiche, Città) e quando si parla di volo, senza rete, pericoloso, struggente riaffiora la vertigine, l’osare per non dimenticare, per fissare, far permanere, contenuta in questo capolavoro. “La verità del mondo vien fuori controvoglia”, scrive Walter Siti, e che il regista tedesco faccia ogni volta paziente atto di spoliazione suo, nostro, dell’altro e che il suo attraversamento mistico del filo ci lasci sempre anni a meditarci sopra, basta e avanza per stare dalla parte del cinema documentario, sempre e a ogni costo, e dalla parte di chi ci svela “l’Assoluto sepolto nel quotidiano” (ancora Siti in Il realismo è l’impossibile). 

E, poi, c’è un’altra questione, fondamentale, per il futuro dei linguaggi del cinema. Adriano Aprà conclude così la voce “Documentario” dell’Enciclopedia Treccani: «Il cinema del 21° sec. non è più il cinema, pur continuando a essere immagini e suoni in movimento, che possono ormai manifestarsi anche con modalità non lineari ma reticolari e interattive. La non-fiction, molto più del cinema di finzione, proprio perché fin dall’origine più svincolata da codici linguistici e da regole industriali, è il laboratorio dove questo nuovo cinema prende forma». L’essenza laboratoriale del cinema del reale (ad esso ci si aggrappa come a un legno nel mare, ci salverà, ci conserverà la possibilità di fare film liberi, personali) sta producendo esiti di linguaggio inattesi e importantissimi. Ispira, ad esempio, i tre film low budget, (The Passage, Low Tide, Stop the Pounding Heart) realizzati negli ultimi tre anni da Roberto Minervini, regista marchigiano attivo in Texas. L’autore sceglie non-attori nel sostanziale ruolo di se stessi e li segue come un angelo custode nella loro (singolare, spesso dolorosa) quotidianità, in qualche maniera però riallestendola, dopo aver consegnato, impartito un minimo di storia, di filo narrativo che annoda in direzione della fiction in fase di montaggio. Il risultato ha del miracoloso. E ci fa desiderare di fare/vedere sempre di più cinema, amante infedele del reale. Cinema come palla di fuoco lanciata nel nostro Presente vivente, deposito anti-dispersione di quel capitale di umanità che buona parte dei film di finzione (ma anche molta nostra contemporaneità) pare aver sepolto.

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