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Treparole

17 luglio 2015

Treparole

di Francesco Farina


Erano anni che ci s'interrogava sull'origine delle treparole che da sempre, e sempre diverse, costellano ciascuna delle edizioni della Festa di Cinema del Reale.

Poi, in una delle sedute di brainstorming con cui il direttore artistico Paolo Pisanelli ci seduce da qualche anno a questa parte alla vigilia dell'appuntamento, a qualcuno - forse addirittura al sottoscritto - è saltato in testa di chiederlo direttamente a lui. Come mai non ci fosse venuto in mente prima, lo sa iddio.

E Paolo Pisanelli, deus ex machina del cinema spericolato che si fa fuori, rispose. Con una rivelazione junghiana: le treparole se le sogna.

Così va il mondo. Ad alcuni, quando chiudono gli occhi ed entrano nella fase rem, vengono elargiti numeri da giocare. A lui, treparole.

E tuttavia, con il trittico di fatidici lemmi, Pisanelli fa i numeri a colori. Non se li gioca ma li mette in gioco. E da qui, tutto un arrovellarsi su significati, declinazioni, ancoraggi e, soprattutto, derive rintracciabili nelle scelte dei film che - come per magia - tutti obbediscono ad almeno uno dei tre termini di onirica provenienza.

Questo, almeno, per noi adepti del brainstorming. Ché il pubblico di Specchia, molto più praticamente, si diverte a guardare i film senza scindere l'atomo e si gode la Festa per quello che è: una celebrazione del cinema intelligente. Dove per cinema s'intende tutto ciò che è proiettabile su uno schermo; e per intelligente tutto ciò che è in grado di muovere pensieri.

Se non credete alle magie, non posso farci niente. Certo, Pisanelli non è Harry Potter (anche se con quegli occhialetti...) ma provate a rileggere queste poche righe e non potrete fare a meno di convenire che l'incantesimo si è ripetuto: le treparole dell'edizione 2015 della Festa ci sono tutte. Ci sono i Corpi; gli Inganni; i Movimenti.

Et voilà.

Poi, ognuno ne farà quel che vuole. Perché il bello del cinema - e di quello che ruota intorno al reale ancor di più - è che ciascuno può aggiungere il proprio tocco alle immagini che scorrono sullo schermo. Ognuno può portarsi a casa la propria emozione, la propria rabbia, il proprio sdegno o il proprio affetto, coniugandoli all'esperienza che ha vissuto e condiviso con gli altri spettatori.

E questa sì che è magia. Ed il fatto che si compia in un Castello la dice lunga anche per chi non ha dimestichezza con la negromanzia.

Quest'anno le proposte (stavo per scrivere provocazioni) della Festa di Cinema del Reale sono tante. Vedremo di che cosa è capace la Grecia, ad esempio, quando libera la propria espressione sullo schermo e scioglie le briglie di un pensiero che vola alto sui diktat dell'Europa. Scopriremo di che materia è fatto il Cinema Cielo di Danio Manfredini. E sapremo qual è quella piccola città americana dove hanno preso forma alcune delle più grandi leggende della musica contemporanea.

Il proponimento che quest'anno, ancora una volta, avrei voluto suggerire alla Festa di Cinema del Reale - che però lo ha già fatto suo prima ancora che potessi esprimerlo - è di non lasciarsi ingannare dai corpi che non ci sono più. Perché i movimenti cui hanno dato origine le loro menti sopravvivono alla caducità stessa della vita. Penso a Gianfranco Mingozzi e a Vittorio De Seta, ospiti di straordinarie edizioni passate e compagni di viaggio anche della prossima, i cui insegnamenti e le cui visioni rappresentano ancora oggi una grandiosa ispirazione per i registi che percorrono il cammino di questa difficile arte.

Che la Festa cominci, dunque. E le danze abbiano inizio.

Anche se, personalmente, all'agitarsi convulso degli arti preferisco l'ostinata contemplazione proustiana di chi s'immerge nelle movenze altrui per dare forma alle rivoluzioni della propria mente.

Benvenuti a tutti. Nessuno, dopo questa Festa, sarà lo stesso di prima.

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